Se penso quello che dico.

di v.

Voglio parlare con la solita amabile sciatterìa di una cosa finita nel mio dimenticatoio universitario: la scelta del registro linguistico in relazione al contenuto della comunicazione.

Nell’esempio qui sopra, il parlante mostra come un’idea di merda possa essere espressa senza ambiguità usando il registro appropriato: quello di Antonio Cassano. Il registro di Antonio Cassano è per definizione povero a livello lessicale, disorganizzato a livello sintattico e più adatto ad accompagnare i gesti.
Il soggetto osservato – che per comodità e ridondanza chiameremo Cassano – domina la conversazione traducendo – sebbene in modo inappropriato – le parole dell’interlocutore con termini a lui più familiari (appartenenti al suo tono e livello espressivo). Usa figure retoriche classiche di base, come la reticentia, quando minaccia di pensare quello che dice. Cerca  infine di chiarire il già chiarissimo concetto gesticolando in modo eccessivo e con entrambe le mani, ostenta sorrisi ammiccanti e cerca l’approvazione degli altri partecipanti che godono della sua eloquenza virile.

Cassano, tu a Gorgia tu gli fai una pippa senza manco diventare frocio.

Purtroppo però Gorgia è morto e purtroppo la scelta del registro linguistico presuppone che il parlante sia in possesso di una varietà di registri che può decidere di usare a seconda del contesto. È evidente che el gordito ha preferito collezioni di altro genere nel corso della sua vita linguistica.

Mi piacerebbe pensare che sia questa deficienza culturale a renderlo incapace di concepire, e quindi esprimere, un altro tipo di contenuti. Ma mentirei a me stessa.

Per cui, mi limito a fargli i complimenti  per la parure di brillanti.

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